Sergio Bonelli: il ricordo di Paola Barbato e Alfredo Castelli

Nel giorno in cui si celebra l’anniversario di Dylan Dog, la notizia della morte di Sergio Bonelli

Il primo numero di Dylan Dog, l’investigatore dell’Incubo, è uscito in edicola il 26 settembre 1986. Venticinque anni dopo, una generazione cresciuta con i dubbi esistenziali di Dylan, le sue camicie di un rosso monotono e rassicurante, e i suoi mostri, così spaventosamente vicini, può trovare in edicola il numero 300, che festeggia degnamente l’anniversario. Un numero totalmente a colori, che, come da tradizione, esplora il passato di Dylan, con graditi richiami alle sue storie più note. Plasmati grazie ai disegni di Stano, tornano tutti: Groucho, Morgana, Xarabas, i personaggi più amati, tanto che il numero s’intitola, molto opportunamente “Ritratto di famiglia”. Un modo per celebrare il personaggio di un fumetto che ha avuto un successo insperato e travolgente, che perdura ancora oggi, in un epoca in cui vanno di moda i vampiri annacquati e inutili alla “Twilight”, che non terrorizzano nessuno ma sono l’incubo di ogni vero appassionato di horror.

La ragione del successo di Dylan ce la spiega una delle sue sceneggiatrici più famose, Paola Barbato, autrice di alcuni dei numeri più amati: “Sono passata dall’altro lato della barricata, ma in partenza, non proprio nel 1986, ma certo nel 1988, ho cominciato a leggere Dylan Dog. E non ho smesso nemmeno quando a scriverlo ero io. Perché lui e non Superman? E’ questione di distanze. Se chiudi gli occhi e allunghi la mano pensando a Superman non accade niente. Ma se allunghi la mano e pensi a Dylan lui è lì, a distanza di braccio. Vero, limitato, umano. Dylan è stato creato da un uomo che non si sognava di rappresentare un’icona, ma che voleva, semplicemente, dare vita a una persona in cui rispecchiarsi. Se non si fosse trattato di Tiziano Sclavi questa impresa sarebbe fallita. Invece, al di là del terrore, al di là dell’avvenenza, al di là di una contenitore nuovo per gli incubi, atipico e accattivante, il pubblico ha “sentito” Dylan. Ha sentito che non era un eroe, ma solo un uomo, con ambizioni da uomo e fallimenti da uomo. Tiziano ha accorciato talmente le distanze da consentirci di empatizzare totalmente con il suo personaggio, la sua persona. E così quando sono saltata dall’altro lato e mi sono ritrovata davanti al computer, per inventare nuove avventure, io sapevo già tutto. Conoscevo Dylan – continua la Barbato – e non avevo bisogno di altro. O lo vivi davvero oppure rimane vuoto, come un fantoccio. Dylan va “indossato”, oppure è lui che “indossa” te. Per questo ogni disegnatore lo tratteggia in maniera assolutamente peculiare, non è un personaggio universale, è un personaggio personale, quasi intimo”.

Ma nel giorno in cui si celebra l’anniversario e la duratura fama di un fumetto che ha ormai trasceso i generi, arriva la notizia che Sergio Bonelli, fumettista ed editore dell’omonima casa editrice, è morto a 78 anni. Una triste coincidenza, per un uomo che ha saputo valorizzare e tramandare le eccellenze del fumetto italiano, a cui dobbiamo, per citarne solo un paio, Zagor e Mister No.

E’ Alfredo Castelli, fumettista e ideatore di Martin Mystère, a raccontarcelo, visibilmente commosso: “Ero amico di Sergio dalla bellezza di quarantasei anni, la mia è una mancanza personale oltre che professionale. Mi sento come avessi preso uno schiaffo. La mancanza di Bonelli si sentirà nel mondo del fumetto. Era l’ultimo baluardo di un fumetto assolutamente puro, è riuscito a trasformare un prodotto popolare considerato un tempo una cosa per gli stupidi, addirittura “pericolosa”, in un mezzo letterario con una sua dignità. Aveva una sua forza personale, e riusciva a darti una sicurezza al cento per cento. Tutti quanti noi credevamo veramente che fosse immortale, anche perché è stato bene fino a venti giorni fa. La redazione oggi sembrava un funerale, nonostante il suo caratteraccio è sempre riuscito a farsi voler bene. Sì, gli volevamo tutti bene”.

Conclude così la Barbato:

“Sergio Bonelli è morto. E’ strano scriverlo. Lui e la sua casa editrice sono stati dei cattivi maestri di vita per me. Una volta lavorato per loro, in qualunque altro posto mi sentivo maltrattata, calpestata, mortificata e sfruttata. Così ogni volta che rientravo nel focolare bonelliano pensavo che fuori era un brutto mondo. Ma era l’ambiente che Sergio Bonelli aveva creato ad essere fuori dalla realtà. Ad oggi io non riesco ad avere ricordi di un Bonelli “capo”, un Bonelli “editore”. I miei ricordi sono legati ad abiti bianchi, macchinine d’epoca, raccomandazioni di non prendere freddo, di non stancarmi troppo. Sincera curiosità per la mia vita e per le attività che non c’entravano col fumetto. Condoglianze per la morte dei miei cani, felicitazioni per la nascita delle mie figlie. Abbracci mai fuori luogo che duravano il giusto. Profumo di dopobarba. E quell’allegria mobile, fresca, che gli vedevo sempre negli occhi, anche quando si lamentava e fingeva di brontolare. Il signor Bonelli, sempre nelle file indietro, ad ascoltare conferenze di sole venti persone. Il signor Bonelli che quando si annoiava scappava a leggere il giornale in macchina. Non è morto un simbolo, un imprenditore, un mecenate, un autore, un artista, nessuna di queste cose, non per me. E’ morto un signore, un signore vero. A cui io volevo bene”.

di Giulia Caterina Trucano

Fonte: RS

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