Il ricordo dell’uomo nero del country: Johnny Cash

Silenzio nell’anima. E vuoto, tutto vuoto intorno a lui. La casa si fa improvvisamente enorme, e anche il letto è troppo grande, per lui solo. June, l’amata June, se n’è appena andata per il viaggio più lungo, ed è rimasto definitivamente solo. E stanco, e malato, ormai anche il suo orologio sta per fermarsi. Era stato un amore travolgente, di quelli che esistono solo nei film e nei romanzi, lungo ben più dei 35 anni di matrimonio effettivo. Un amore che gli aveva cambiato la vita, e che probabilmente fu la vita stessa di Johnny Cash.

Un pensiero che non si levò mai più dalla sua mente. Idea fissa, mai ossessione. Consapevolezza è la parola giusta. Quella stessa che lo portò ad incidere il suo ultimo disco, poi pubblicato postumo, a distanza di pochi giorni dalla morte. Anche qua una morte consapevole. Gli ultimi album del “Man in black” si erano fatti più riflessivi, cantautoriali, lontani dal country a tratti rockabilly che lo aveva reso famoso. Dischi più intimi, se vogliamo, eppure mai così grintosi. Con la chitarra protagonista, fino a che non lo ascolti cantare; ma poi chi l’ha detto che la voce per eccellenza era quella di Frank Sinatra? Quel disco, “American V: A Hundred Highways”, era diverso da tutti gli altri.

Spoglio, rassegnato, proprio come suo padre. Sembra di vederlo dondolarsi stancamente sulla sua sedia, mentre il treno sbuffa appena fuori dalla finestra sul cielo di Nashville e le corde della chitarra si intrecciano con le sue dita. Quell’immagine è l’ultima fotografia di un uomo triste eppure ancora determinato, aggrappato alla vita nonostante il diabete gli stesse succhiando le energie. Il 12 Settembre 2003 la resa, appena quattro mesi dopo sua moglie.

Soprattutto dopo aver regalato al mondo una voce, una chitarra e una valigia piena di canzoni strepitose. Ed averlo divertito col suo modo di stare sul palco, di imbracciare la chitarra e di guardare June Carter. Ed essere diventato grande non solo per il suo talento, ma anche per aver bevuto l’acqua sporca della prigione di Folsom, per aver suonato per assassini, ladri e condannati a morte, senza differenze sociali, e averli resi immortali in quelle incisioni. E per il suo vestito insindacabilmente nero.

Disse una volta Bono Vox: “Ogni uomo è una donnicciola confrontato con Johnny Cash”.

Ciao John.

Fonte: www.staytunedlive.com

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