Kraftwerk – Trans Europe Express

Stati Uniti d’America, 1975. Una band tedesca d’avanguardia elettronica entra nella top ten dei dischi più venduti, l’album s’intitola “Autobahn” e segna l’inizio di una svolta epocale nell’ambito della musica pop. Sino ad allora, la pura musica elettronica era perlopiù sinonimo di sperimentazione, nascendo da pionieri della ricerca quali Edgar Varèse, John Cage, fino a Karlheinz Stockhausen. Il pionierismo elettronico assunse una sua forma compiuta nel rock grazie al contributo di nomi quali gli americani Silver Apples e Wendy Carlos negli anni 60, per approdare quindi ai movimenti tedeschi della “kosmische musik” e del “krautrock” all’alba degli anni 70, pur senza dimenticare le digressioni apportate, ad esempio, dai Pink Floyd nell’ambito della psichedelìa britannica. In ogni caso, prima di “Autobahn”, uno spesso muro separava ancora la musica pop rock comunemente intesa, da un genere che pareva destinato a relegarsi nella categoria “musica per pochi eletti”. 

Possiamo dire che “Trans Europe Express” è figlio e culmine di un progetto costruttivista che i Krafwerk avevano da tempo lucidamente pianificato e qui portato al suo massimo compimento: la creazione di un nuovo linguaggio di musica popolare, audace e perfetta commistione fra codici sperimentali e tradizione pop, che ha raccolto e reso possibili gli insegnamenti propri delle avanguardie artistiche del Novecento, futurismo in primis, per restituirli fruibili indistintamente a tutti gli abitanti del pianeta in una nuova musica apolide. 

Il viaggio parte dal cuore della Mitteleuropea uscita mortificata dal secondo conflitto mondiale. L’introduttiva “Europe Endless” si riappropria della centralità della tradizione mitteleuropea fagocitata dai modelli culturali anglosassoni: l’Europa eterna, la vecchia Europa senza tempo, la cui civiltà bruciò inopinatamente fra le mani dei suoi folli dittatori; quello che diventerà il cliché degli anni a venire, grazie anche al Bowie berlinese, ha in questo brano il suo manifesto programmatico. Nei testi non c’e’ poesia comunemente intesa, ma un’enunciazione descrittiva i cui contorni prendono forma nel gelido distacco del cantato, appoggiato su un coro angelico di orchestron, fra i contrappunti di un vocoder che sfuma in un’elementare quanto articolata armonia melodica. In questo contesto, la struttura in crescendo e il tempo battuto da un asettico “quattro quarti” sono gli espedienti per attribuire alle liriche un valore che supera il significato stesso delle parole: luoghi generici che per incanto trovano collocazione nell’occidentale misticismo emanato dagli antichi viali dell’Europa, nella sua composta eleganza e nell’oscuro fascino della sua decadenza. Un’alchimìa di evocazioni che mai aveva avuto eguali e che, lo vedremo, non rappresenterà un episodio isolato all’interno dell’opera. 



“Il giovane entrò nella stanza degli specchi, dove scoprì il riflesso di sé stesso”, così inizia “Hall Of Mirrors”. Il ritmo lugubre e compassato, racchiuso in un’eco sinistra, è scandito dai passi di colui che percorre le stanze del proprio labirinto, in fondo al quale può guardare negli occhi il suo stesso abisso, e in esso il mistero dell’Altra Dimensione. E’ la metafora degli specchi e dei suoi ingannevoli giochi, dell’atavica contrapposizione fra l’Essere e l’Apparire, che prende forma nel drammatico rapporto fra l’artista e la sua creatura che cambia e che mutando lo confonde fino a trasformarlo, trascinandolo nel baratro di un nichilismo senza apparente via d’uscita. E’ anche una fredda presa d’atto della mutevolezza e della vacuità delle vicende umane, il cui dissennato materialismo è inghiottito nei gorghi dell’Io: puro esoterismo da era industriale, pietra angolare del prossimo esistenzialismo dark-wave. La struttura spigolosa e geometrica, il passo pesante che s’ arrampica su un parlato impersonale, inerpicandosi su una scala cristallina di synth, conferiscono l’irrinunciabile aura di solennità a questo allucinato viaggio interiore. 

La tematica ricorrente è appunto quella del viaggio, degli spostamenti, prima attraverso la suggestiva esplorazione temporale delle comuni matrici culturali (“Europe Endless”), poi in quella spirituale delle profondità dell’Ego (“Hall of Mirrors”), e ora nella spersonalizzante realtà materiale della città industriale: “Showroom Dummies”. I manichini che prendono vita e che osservano con distacco lo scheletro della città danzando sulla propria alienazione, mentre l’apparenza prende il posto del “sentire”, al termine di un processo che segnerà, coerentemente, la nascita dell’Uomo-macchina. Ritmo ballabile, ritornello melodico che lascia indifesi, battito incalzante e monocorde: è questo il brano definitivo del techno-pop, le cui variazioni sul tema hanno fatto la fortuna degli Ultravox, di Gary Numan degli Omd e dei Depeche Mode, ma l’elenco potrebbe davvero risultare sterminato. 

Come si vede, in soli 20 minuti, ce n’e’ abbastanza per mandare a gambe all’aria tutti i riferimenti che sino al 1977 avevano contraddistinto l’espressione artistica del rock e delle sue derive; ciononostante, il viaggio destinato a cambiare il corso delle vicende musicali dei successivi 25 anni deve ancora aver inizio. 

Il brano “Trans Europe Express”, con la digressione “Metal On Metal”, è il classico punto di non ritorno, dal quale prenderanno forma i movimenti musicali globali che han dato vita alla techno e ai suoi mille rivoli, ma persino all’hip hop nero, così come lo ascoltiamo oggi. Un’incantevole riproduzione sintetica dell’incedere di un treno, interamente costruita con la tecnica del “tape-loop”(che a quei tempi era faccenda per pochi eletti, visto che non esistevano i campionatori) rendono perfetto e insuperato il concetto di “movimento” teso a “coprire” fisicamente una distanza. Quattordici minuti ipnotici, con minime, ma decisive variazioni sul tema, un parlato ripetuto all’infinito, che sta lì a ricordarci come l’avanzare della locomotiva “from station to station” sia comunque governato dall’uomo e dal suo cuore, per mezzo di un vissuto e della sua scienza; ma poi, il fragore del metallo sulle rotaie: tutto questo è danza, una danza robotica che ci narra ancora dell’Europa (“Rendezvous on Champs Elysées/ Leave Paris in the morning on T.E.E.”), ma con il linguaggio dell’avanguardia e il ritmo del funk. La parabola iniziata con le automobili che sfrecciavano sulla “Autobahn” entra in pianta stabile nell’immaginario degli artisti e in quello del pubblico, condizionandoli a tal punto da rendere questa suite dell’era tecnologica consciamente o inconsciamente imprescindibile per chiunque si cimenti, ancora oggi, con il pop di matrice elettronica. 

Tutta la magia e il mistero dei sintetizzatori sono racchiusi nell’intimista chiusura strumentale dell’album, nella quale idealmente s’incontrano, trascolorando fino a confondersi, il passato della tradizione romantica tedesca di “Franz Schubert” e l’eterno ritorno al futuro di “Endless Endless”: gli ultimi frammenti dei sussurri più umani che una macchina sia mai riuscita a concepire.

fonteondarock

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